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Non ridiamo del colonnello Potter!

InterLex n° 318, 5 maggio 2005

La recente ed oramai arcinota vicenda del rapporto pubblicato dagli investigatori statunitensi appartenenti al Comando Militare del Multi-National Corps in Iraq sul caso Calipari, al di là di tutti i suoi aspetti ed interrogativi di ordine più generale dei quali ovviamente non vogliamo né possiamo occuparci in questa sede, offre tuttavia lo spunto per una serie di interessanti riflessioni sui sottovalutati rischi "sociali" connessi all'utilizzo oramai generalizzato e purtroppo acritico degli strumenti informatici e telematici nella vita di tutti i giorni.

Fino a pochi anni fa l'uso del word processor nelle organizzazioni era riservato a personale appositamente addestrato, e la e-mail era un lusso che solo i ricercatori universitari potevano permettersi. Entrambi gli strumenti erano difficili da utilizzare e richiedevano inoltre per il loro funzionamento la preventiva presenza di un'infrastruttura tecnica costosa e di scarsa diffusione. Il documento elettronico, o meglio il suo antesignano, era pertanto riservato di fatto ad una elite di utilizzatori professionali e specializzati, appartenenti oltretutto ad organizzazioni particolarmente ricche ed innovative. Ciò di fatto stabiliva una barriera selettiva quasi insormontabile, che solo le persone e le strutture più motivate e capaci riuscivano a superare, assumendo un ruolo se non proprio di pionieri quantomeno di avanzati sperimentatori.

La nascita di Internet negli anni '70, quella del personal computer negli anni '80 e la convergenza tra questi due mondi negli anni '90 dello scorso secolo hanno "democratizzato" l'uso delle nuove tecnologie, spalancando loro le porte degli uffici ed aprendo anche quelle delle comuni abitazioni. Ciò ha portato a sconvolgimenti significativi nel mondo del lavoro, dove intere figure professionali, le dattilografe, sono sparite in quanto considerate non più necessarie. Oggi ad esempio nella maggior parte delle aziende solo i megapresidenti galattici posseggono, nei loro ovattati empirei, segretarie che scrivono al computer i loro documenti o usano per loro conto la posta elettronica: i manager ordinari hanno il proprio personal computer, anche se magari si tratta di un notebook ultraleggero di ultimissima generazione, e devono scriversi i documenti da sé. Di solito lo fanno utilizzando i due indici, e faticando il triplo di quanto avrebbe fatto una segretaria propriamente addestrata allo strumento.

Per la cronaca una rivoluzione simile la si ebbe già una volta, oltre un secolo fa, quando venne inventato e si diffuse negli uffici il cembalo scrivano o "macchina da scrivere". Questo moderno aggeggio provocò l'estinzione sociale dei copisti, i moderni amanuensi che con bella calligrafia vergavano a mano tutti i documenti ufficiali di un'azienda od organizzazione. E similmente l'introduzione della fotocopiatrice provocò se non la scomparsa quantomeno la riqualificazione della categoria delle dattilografe, che da mere ricopiatrici in massa di documenti dovettero evolversi in segretarie.

Oggi tuttavia, con la scusa aziendale della privacy e sotto l'apparenza di un lussuoso fringe benefit, ma in realtà soltanto per biechi motivi di contenimento dei costi del personale di staff, la maggior parte delle organizzazioni ha delegato ai propri manager recalcitranti tutta una serie di funzioni segretariali che una volta erano condotte da personale specializzato, e che invece i manager non dovrebbero (né vorrebbero) svolgere in prima persona. Naturalmente il manager (ma anche la sua moderna assistente...) non sono particolarmente esperti nell'utilizzo del computer e dei relativi sistemi di videoscrittura o comunicazione elettronica: questa conoscenza tuttavia viene data come scontata, senza che venga erogata mediante appositi corsi di formazione. Il risultato globale purtroppo si vede nel proliferare di testi sciatti o sgrammaticati, nella sistematica distorsione di tutte le più consolidate norme di stile e di estetica del documento stampato, nell'abuso di ogni regola di educazione e buona creanza nell'utilizzo della e-mail, e così via. Ma al di là di questi aspetti che potrebbero pure essere considerati secondari, tanto che oramai nessuno ci fa neppure più caso, il fatto grave è che la semantica stessa del nuovo mezzo non è ben compresa, e ciò può portare a problemi anche rilevanti.

Ovviamente si tratta di una questione squisitamente culturale: i computer e le reti, anche se in linea di principio sono tra noi da qualche decina di anni, tuttavia hanno iniziato solo in tempi recentissimi ad uscire dal loro ristretto ambito fatto di utilizzatori specializzati e consapevoli. La società nel suo complesso non ha avuto letteralmente il tempo di digerire le regole non scritte dell'utilizzo di queste nuove tecnologie: e quindi, ricorrendo allo strumento cognitivo dell'analogia, le usa così come userebbe le tecnologie ad esse precedenti e finalizzate agli stessi scopi, ossia carta e inchiostro.

Per capire meglio come stanno le cose mi piace solitamente inquadrarle in una prospettiva storico-evolutiva che possa dare conto del perché la situazione è quella che è, e soprattutto consenta anche di azzardare estrapolazioni, ossia valutazioni sulle possibili tendenze per il futuro. Ragionando in particolare di impatti sociali delle nuove tecnologie trovo solitamente utile confrontare il computer con l'unico altro oggetto tecnologico che col suo enorme successo ha letteralmente rivoluzionato la società umana: l'automobile. Certamente l'automobile è un prodotto che ha risolto un antichissimo e fondamentale problema umano, quello della mobilità individuale e del trasporto di merci, creandone tuttavia di altri assai più interessanti: inquinamento urbano, elevata mortalità a causa degli incidenti, nefasto impatto sul tessuto urbano delle città storiche e d'arte, e via enumerando. Inoltre un'automobile in mano ad un inesperto (o ad un ubriaco) è un'arma più micidiale di una pistola perché può fare molte più vittime nell'unità di tempo: ma non per questo l'automobile stessa, o il suo uso, vengono proibiti o criminalizzati. Semplicemente, la società ha avuto il tempo di maturare l'uso dell'automobile e di sviluppare tutta una serie di meccanismi di prevenzione e correzione che ne rendono accettabile l'uso: un'apposita istruzione obbligatoria preventiva, un'abilitazione all'utilizzo condizionata al superamento di un opportuno test attitudinale, l'istituzione di forme di assicurazione obbligatorie e facoltative a copertura dei danni, lo sviluppo di regole e norme per la circolazione urbana ed extraurbana, il miglioramento della tecnologia costruttiva dei veicoli e di quella delle strade per la sempre maggiore sicurezza propria ed altrui, la definizione di regole comportamentali "non scritte" che le mamme tramandano ai bambini, e così via.

Nei primi anni successivi alla comparsa dell'automobile, quando gli automobilisti erano rari e venivano considerati dei pazzi temerari, in molte città europee furono emanati regolamenti tesi a prevenire i possibili pericoli causati dai nuovi e sconosciuti mostri meccanici. In Inghilterra, ad esempio, le automobili potevano entrare nei centri abitati solo se precedute da un uomo appiedato che, con una lanterna in una mano ed una bandiera rossa nell'altra, le scortasse lungo tutto il tragitto segnalandone l'imminente arrivo agli eventuali pedoni o cavalieri incontrati lungo la via. Queste comprensibili barriere culturali caddero da sole quando la società maturò la giusta prospettiva dei pro e dei contro dell'automobile, e il suo uso divenne più comune. Ad un certo punto l'automobilista smise di dover essere anche meccanico e motorista della propria autovettura, perché la società aveva nel frattempo sviluppato una professionalità specifica (il meccanico) a servizio dei guidatori, e la diffusione dell'automobile ne beneficiò perché anche le donne e i non tecnici poterono iniziare ad usarla. Oggi, dopo oltre un secolo da quei tempi, più o meno tutti sappiamo guidare, impariamo a farlo da giovanissimi senza essere necessariamente dei provetti meccanici, e nessuno si meraviglia nel vedere una vecchina andare a fare la spesa in macchina. Ma, appunto, c'è voluto un secolo per arrivare a questa situazione di consapevole accettazione dei pro e dei contro del mezzo.

Per quanto riguarda il computer le cose sono andate molto più velocemente: in dieci anni siamo passati da un utilizzo limitato da parte di una ristretta comunità di esperti ad una diffusione planetaria dello strumento: peccato però che concettualmente siamo rimasti ancora all'epoca degli sbandieratori! La società infatti non ha ancora realmente metabolizzato il nuovo mezzo e le sue implicazioni più profonde, per pura mancanza del tempo necessario a farlo: e tale inadeguatezza culturale si vede ad esempio nel panorama normativo, spesso inadeguato e contraddittorio, per non dire emotivo ed isterico, che caratterizza l'approccio di molti legislatori nazionali e sovranazionali al mondo delle nuove tecnologie. Purtroppo però è diventato "necessario" per tutti usare i computer e le reti, e la gente ha iniziato a farlo: maldestramente, pericolosamente, maleducatamente, inadeguatamente. Improvvisando, e basandosi sull'analogia. E così, senza sbandieratori, codici della strada, cinture di sicurezza o marmitte catalitiche, anche la Casalinga di Voghera (assieme all'Avvocato, al Magistrato, al Poliziotto, al Medico...) ha iniziato con beata incoscienza ad usare il PC ed Internet convinta di non poter fare più di tanti danni a sé ed agli altri. Il che è senz'altro vero in termini letterali e immediati, ma non così tanto se la valutiamo in un ambito più allargato.

Ho assistito qualche anno fa ad un caso da questo punto di vista emblematico. Erano i primi tempi di Windows e delle reti aziendali connesse all'esterno tramite linea telefonica a 56K per mandare la posta, ed Internet non era ancora così diffusa. In un'azienda piuttosto tecnologizzata, una segretaria dotata di computer ed e-mail, diciamola Anna, viene chiamata al telefono da una sua omologa di un'azienda corrispondente, diciamola Maria, la quale le fa presente che non riesce ad aprire un documento Word che Anna le aveva inviato per posta elettronica. Dopo un po' Anna capisce che Maria non ha l'icona giusta sul suo computer, e quello dev'essere proprio il problema. Dopo un altro po' di indagini Anna e Maria concordano sul fatto che Maria non dispone della cosa con cui Anna prepara i documenti, che si chiama Office95. "Nessun problema", dice Anna, "te lo mando io": e detto fatto trascina la cartellina di Office sul programma di posta elettronica e la invia come allegato a Maria. Ad un tecnico questo comportamento appare ovviamente folle: inviare l'icona del programma non equivale certo ad inviare il programma, e per fortuna: perché altrimenti l'invio dell'intero Office con un modem a 56K avrebbe impiegato ore ed ore. Ma dal punto di vista della segretaria tutto era perfettamente logico e corretto: lei non ha fatto altro che replicare nel mondo virtuale del computer la stessa azione che avrebbe fatto nel mondo fisico. Alla sua collega Maria manca un "documento"? Lo mette in una busta e glielo manda! Che ne sa Anna di byte e baud? Certo non le sarebbe venuto in mente di mandare per posta una biblioteca di cento volumi, perché è ovvio che non sarebbe stato possibile: ma come poteva sapere che dietro quella innocente iconcina sul desktop si nascondeva proprio l'equivalente informatico di una biblioteca? Non glielo ha spiegato nessuno, quindi lei ha agito per analogia con la sua esperienza del mondo reale facendo la cosa più logica. Come darle torto?

Tornando all'origine del discorso: come dare torto all'oramai famoso colonnello Potter che ha "censurato" le parti riservate del suo rapporto applicandovi sopra un bello strato coprente di inchiostro nero? Elettronico e virtuale, certo, ma sempre inchiostro nero, no? Il colonnello, probabilmente più a suo agio con carta e penna che col computer, ha agito per analogia facendo la stessa cosa che avrebbe fatto per censurare un documento di carta: passare uno strato di inchiostro sul testo. Peccato che nel mondo informatico il testo rimanga testo anche se al di sopra di esso viene messo un fondino nero, il quale a sua volta rimane un "oggetto" diverso e separato dal testo stesso. Certo l'azione del colonnello sarebbe stata corretta se poi il documento fosse stato stampato e distribuito in forma cartacea, cosa che probabilmente egli stesso avrà avuto occasione di fare più volte nella sua carriera. In questo caso sì che il testo sarebbe stato irrecuperabile: scrivere in nero su nero corrisponde davvero a far scomparire il contenuto, quando questo è vergato mediante inchiostro impresso su un foglio di carta. I pixel di uno schermo però non si comportano come particelle di inchiostro, ed in particolare non si mischiano l'un l'altro; ma questo il colonnello probabilmente non lo sapeva. La sua esperienza e le procedure di servizio, applicate in analogia, lo hanno portato a fare la cosa più giusta e naturale per lui. Peccato che le regole del gioco, la semantica dell'azione svolta, siano diverse nel mondo informatico e nel mondo fisico.

Non ridiamo dunque del colonnello Potter: il suo errore è stato eclatante ed ha provocato danni visibili ed immediati, ma tutto sommato limitati nello spazio e nel tempo. Pensiamo piuttosto a quanti colonnelli Potter ci sono nelle commissioni parlamentari, nelle direzioni dei ministeri, nelle autorità garanti, nelle corti e nei tribunali: e a quanti danni, assai più estesi nello spazio e nel tempo, rischiano di fare per mancata conoscenza culturale delle tematiche informatiche e dei loro effetti. Perché la posta elettronica non è come la posta tradizionale, anche se le assomiglia; la firma digitale non è come la firma autografa, anche se (sfortunatamente!) si chiama allo stesso modo; e un documento elettronico non è come un documento di carta, anche se è più comodo pensare il contrario. E usare di tanto in tanto un computer non significa conoscerlo e padroneggiarlo, né tanto meno saperne valutare limiti e difetti.

Purtroppo l'errore di un Legislatore Potter, o di un Giudice Potter, può provocare danni assai più devastanti di quelli che può fare un povero Colonnello Potter con tutti i suoi maldestri PDF.

Saggio pubblicato su InterLex n° 318 del 5 maggio 2005 (Anno IX)
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Ultima modifica: 31 maggio 2009
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