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L'Indice dei Siti Proibiti

InterLex n° 342, 3 marzo 2006

Gli anniversari storici sono spesso caratterizzati da coincidenze sorprendenti, e talvolta adombrano perfino oscuri significati simbolici; ma nel caso attuale la ricorrenza appare improntata soprattutto ad un'ironia tanto affascinante quanto beffarda.

Pochi ricorderanno che esattamente quarant'anni fa, nel 1966, il Vaticano soppresse definitivamente l'ultima e più longeva delle ignominie nate con l'Inquisizione, quell'Index librorum prohibitorum che per quattrocento anni aveva stabilito cosa fosse lecito o meno leggere ad un buon cattolico. Ultimo simbolo dell'oscurantismo medievale, e strumento operativo di una filosofia del controllo sociale basato sulla repressione del libero pensiero, nella sua lunga esistenza l'Indice accomunò fra le sue pagine opere di autori che oggi consideriamo fondamentali nella storia del progresso umano: da Machiavelli a Cartesio, da Diderot a Kant, da Galilei a Darwin, per finire a Foscolo, Leopardi, D'Annunzio e, buon ultimo, persino Moravia.

Stranamente, per un surreale gioco di coincidenze che avrebbe fatto impazzire di gioia il compianto Douglas Adams, proprio in quello stesso 1966 nasceva, almeno nella mente di alcuni visionari, la più grossa rivoluzione concettuale dell'uomo dall'invenzione della stampa: Internet. È del 1966 infatti un pressoché sconosciuto ma fondamentale documento di ricerca, scritto da Lawrence G. Roberts del MIT ed intitolato "Towards a Cooperative Network of Time-Shared Computers", il quale poneva le fondamenta teoriche su cui si sarebbe basato da lì a poco il progetto della rete ARPANET, progenitrice di Internet. Vale forse la pena di ricordare che, benché il progetto sia nato per esigenze militari, Internet non è mai stata una rete "blindata", anzi tutt'altro: essa infatti, come noto, implementa proprio un modello cooperativo, nel quale ciascun partecipante mette liberamente a disposizione degli altri le proprie risorse per il bene ed il vantaggio di tutta la comunità. In ciò Internet è la massima espressione tangibile di quella filosofia, ottimista ed altruista, che vede nella condivisione delle informazioni e nella libera circolazione del sapere le chiavi per il progresso dell'intera società umana.

Il 1966 ha dunque visto la fine dell'Indice e la nascita della Rete delle Reti: due passi diversi ma fondamentali verso il raggiungimento di una società civile realmente democratica e libera da pregiudizi, in cui tutti potessero avere uguali opportunità e pari dignità, e lo scambio delle idee finalmente non fosse più soggetto a censure dall'alto. Da lì a poco gli studenti avrebbero combattuto per portare l'immaginazione al potere…

Quarant'anni dopo, il nostro 2006 appare al confronto un oscuro e preoccupante Medio Evo. L'auspicata fratellanza universale ha rapidamente lasciato il posto alla guerre di religione, l'utopia del sapere libero soccombe sotto le bordate del più bieco e interessato protezionismo paradossalmente spacciato per "tutela dei diritti intellettuali", e l'unico vero veicolo di emancipazione democratica apolitica e transnazionale, la rete Internet, viene fatta oggetto di continui attacchi da parte del potere costituito che ne teme il dirompente potenziale di libertà.

Hanno provato in tutti i modi a ingabbiarla, limitarla, controllarla: fino ad ora la Rete ce l'ha sempre fatta, passando sostanzialmente indenne attraverso quasi tutti i tentativi di asservimento o, peggio, di oscuramento. Persino durante il tentativo di colpo di Stato in Russia, nell'agosto 1991, quando le radio e le televisioni erano state occupate e le loro trasmissioni bloccate, Internet continuò a filtrare attraverso migliaia di oscure connessioni telefoniche, consentendo non solo ai cronisti occidentali di conoscere cosa stava avvenendo per le strade di Mosca ma anche, incredibilmente, ad un gruppo di scienziati sovietici di continuare a portare avanti i loro esperimenti scambiando dati scientifici con i loro colleghi statunitensi come se nulla stesse avvenendo.

Persino lo spettro del terrorismo non è stato sufficiente a far imporre limitazioni dall'alto alle potenzialità della Rete; la quale è ormai, salvo poche e sfortunate eccezioni, così estesa e pervasiva da non poter essere "spenta" da alcun Governo. Né è andata meglio a chi voleva monitorarla e controllarla, o meglio usarla per monitorare e controllare azioni e pensieri dei Netizen, i Cittadini della Rete: l'atroce caduta delle Torri Gemelle ha infatti dimostrato nel modo più amaro possibile come, nel grande mare di Internet, sia possibile eludere anche le orecchie del più attento Grande Fratello che la storia abbia mai conosciuto.

Ci hanno provato con lo spettro del più abietto dei crimini, la pedopornografia; con l'unico risultato, ottenuto confondendo ad arte il contenitore col contenuto, di contribuire a demonizzare ancor più il mezzo tecnologico presso l'opinione pubblica; e tentando altresì di trasformare i postini (provider) in spie e delatori, addossando loro inoltre responsabilità che competerebbero ad altri. Un altro mezzo fallimento, fortunatamente. E comunque, anche in questo caso, niente leggi speciali né liste di proscrizione.

Ma ora ecco il colpo di genio. Qualcuno deve essersi infine ricordato che i soldi, soprattutto quando a rimetterli (realmente o fittiziamente non importa) è lo Stato, sono una leva irresistibile per smuovere qualsiasi situazione; tanto è vero che a mandare in galera Al Capone nella Chicago degli anni '30 non fu la polizia, per le responsabilità dei numerosi racket che conduceva o il peso dei suoi molteplici ed efferati omicidi, ma l'ufficio delle imposte per un'accusa di evasione fiscale.

Il nostro machiavellico legislatore è dunque partito lancia in resta alla difesa degli introiti erariali prendendosela dunque… con chi? Non con l'estesissimo sottobosco delle scommesse calcistiche in nero, né contro le macchinette mangiasoldi illegali comunemente presenti bar, e neppure con le bische clandestine capillarmente diffuse sul territorio dove si pratica quotidianamente il gioco d'azzardo. No, il legislatore se l'è presa con i legali box di scommesse esteri, colpevoli di… esercitare abusivamente il loro ufficio sul territorio italiano mediante Internet! Ebbene, dobbiamo ritenere che le cifre distolte da questi delinquenti matricolati alla nostra povera amministrazione dei monopoli siano veramente ingenti per l'erario, se hanno giustificato una crociata caratterizzata da un tale impiego di mezzi umani e tecnologici. Stuoli di zelanti finanzieri hanno infatti battuto a tappeto tutti i provider italiani tentando l'intentato, e riuscendo là dove nessuno era mai riuscito prima, neppure in posti ameni come l'Irak di Saddam Hussein o la Cina di Piazza Tien'an Men. Nella nostra Italia del 2006 la Guardia di Finanza ha infatti censurato Internet sull'intero territorio nazionale.

Ah, scusate: "censurare" non è un termine politically correct. Si dice "filtrare", che è tutta un'altra cosa. Ebbene, tutta Internet è oggi "filtrata" sull'intero territorio nazionale grazie alla collaborazione forzosa e coatta dei provider italiani. I quali, in seguito alle visite ricevute da parte di solerti sottufficiali in divisa giallo-verde, hanno dovuto implementare sui loro sistemi… indovinate un po'? sì, proprio un Index sitorum prohibitorum da fare invidia alla buon'anima di papa Paolo IV che, non contento di aver già istituito il ghetto ebraico di Roma, nel 1559 fece appunto la stessa cosa nei confronti dei libri.

Al momento questo l'Indice dei Siti Proibiti comprende ben 516 siti "filtrati", ossia tecnicamente inaccessibili, ma il loro numero è destinato ovviamente a crescere dietro nuove segnalazioni. Se provate ad andare su uno qualsiasi di essi verrete "dirottati" su una pagina standard, ospitata da Sogei per conto dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, la quale vi informa gentilmente che "il sito richiesto non è più raggiungibile poiché sprovvisto delle autorizzazioni necessarie per operare la raccolta di giochi in Italia". Con buona pace delle più elementari convenzioni civili sullo scambio delle informazioni, delle norme europee sulla libera circolazione delle idee e dei servizi, e di quel che rimane di ciò che una volta si definiva "buon senso".

Già, perché questa storia, anche a non voler scomodare il diritto, fa acqua da tutte le parti. Letteralmente. Nel senso che tentare di arginare Internet è come voler svuotare il mare con un cucchiaino. Tanto per cominciare, non mi sembra corretto dire che un sito inglese o comunque estero possa "operare la raccolta di giochi in Italia". Il sito è nel Paese che gli pare, ed opera la raccolta lì; semmai è raggiungibile da parte dei giocatori italiani mediante Internet, ma questa è tutta un'altra cosa. E impedire con la forza ad un cittadino italiano di raggiungere un sito estero perché forse potrebbe usarlo per scommettere fuori dai confini nazionali mi sembra quantomeno un eccesso colposo di legittima difesa, se non un'aggressione preventiva. Se le cose stanno così allora dovrebbe anche essere inibita, con pari procedimenti tecnici, la possibilità di telefonare ad un box di scommesse estero o di mandargli dei fax, perché anche con questi mezzi è possibile scommettere. Dobbiamo dunque aspettarci che la Finanza provveda nei prossimi giorni a censurare (pardon, a "filtrare") i collegamenti telefonici di tutti gli italiani per prevenire la possibilità che commettano immondi crimini contattando a voce il loro bookmaker inglese preferito?

In secondo luogo, pensare di censurare (accidenti, volevo dire "filtrare") tutta Internet è futile, per non dire insensato. Internet è nata per trapelare da tutte le maglie, per essere onnipresente e sempre in funzione, per garantire collegamenti efficaci anche in caso di guerra nucleare! Abbiamo avuto, in passato, prove convincenti che solo i più efferati e repressivi regimi polizieschi possono riuscire ad arginare, e solo per breve tempo, la diffusione di Internet all'interno dei confini dei propri Paesi. Forse la benemerita Guardia di Finanza, avvezza com'è da secoli a presidiare i freddi valichi di montagna e le sterminate coste del nostro territorio, per reprimere traffici transfrontalieri e fenomeni di immigrazione clandestina, non ha ben presente che il cyberspazio non possiede confini materiali fisicamente difendibili. Già adesso ai più smaliziati è possibile, utilizzando i moltissimi proxy posti fuori dal confine nazionale, collegarsi facilmente ed impunemente ai siti di scommessa censurati (uffa: "filtrati"!); ma quanto pensate che ci vorrà prima che qualche industrioso provider maltese, tunisino o… svizzero, offra dei semplici collegamenti dial-up mediante i quali accedere ad Internet liberamente e legittimamente mediante server situati fuori dall'Unione Europea? E a cosa servono dunque tutti i filtri (ecco, stavolta ho detto giusto!) posti capillarmente sul territorio nazionale?

L'unico modo per inibire davvero al popolo italiano la visione dei siti di scommesse esteri è quello di mandare la Finanza nelle case di ogni cittadino possessore di computer a bloccargli l'apparecchio, modificandolo e sigillandolo in modo che non possa raggiungere nessuno dei sito censurati (accidenti, ci sono cascato di nuovo!). Stimando per difetto che nel nostro Paese ci siano una decina di milioni di computer, e supponendo di poter impiegare nell'opera di bonifica un migliaio di Finanzieri a tempo pieno che riescano a bloccare ciascuno dieci PC al giorno, ad occhio e croce in tre anni ce la facciamo. Un bel lavoro, non c'è che dire.

Tutta questa vicenda sarebbe ridicola se non fosse invece drammatica. Cosa dire ancora? Solo, per concludere, che trovo la presunzione di reato da parte dello Stato nei confronti dei cittadini estremamente offensiva, per non dire altro. Già tutte le volte che acquisto un pacco di CD vergini pago una multa in anticipo senza aver ancora commesso il relativo illecito, e probabilmente senza commetterlo mai, il che è già oltraggioso. Ma pensare di impedire preventivamente a qualcuno un'azione lecita perché forse potrebbe seguirne una illecita è veramente una cosa degna di Orwell e del suo psicoreato: pensare di commettere un reato e commetterlo davvero sono dunque la stessa cosa, e quindi si può legittimamente essere puniti in via preventiva senza bisogno di aver compiuto realmente il reato. Con lo stesso principio bisognerebbe impedire l'accesso ai negozi dove si vendono coltelli da cucina o veleni per topi, perché potrebbero essere usati per uccidere; o bisognerebbe chiudere le strade frequentate da prostitute, perché un automobilista di passaggio potrebbe eventualmente decidere di accompagnarsi con una di loro. E via farneticando…

È interessante anche notare che questa censura (vabbè, "filtraggio") impedisce anche a qualcuno di esercitare un proprio diritto costituzionale, ad esempio quello di informare gli altri. Io, ad esempio, sono un giornalista: solo in pochissimi casi, e molto gravi, la legge mi impedisce di esercitare il mio diritto/dovere di informarmi in prima persona su determinati fatti per riferirne all'opinione pubblica. Ma nel caso in questione non posso neppure andare a guardare i siti censurati per formarmi un'opinione dei fatti. Certo dev'essere un crimine davvero odioso ed abietto per impedire persino alla stampa di accedere al… luogo del delitto. Pensate infatti che potrei liberamente navigare, se ne avessi necessità per motivi di lavoro, su siti pedofili o razzisti, o frequentare luoghi dove sono avvenuti crimini cruenti… ed invece non posso raggiungere siti di scommesse posti all'estero. Tutto ciò è fantastico, e getta serie ombre sulle modalità con cui vengono intraprese certe iniziative.

Naturalmente si stanno aprendo battaglie legali di tutti i tipi, in sede europea, per stigmatizzare il comportamento dell'Italia e costringerla ad abrogare il provvedimento di blocco unilaterale dei siti "sgraditi". Non sono così esperto del diritto e non so quanto, dal punto di vista formale, hanno fondamento le rivendicazioni di chi sostiene e di chi avversa il provvedimento. So solo che, sul piano morale e filosofico, l'Italia ha dato di sé una pessima prova agli occhi del mondo. Per di più temo che qualcun altro potrebbe essere invogliato ad imitarla, magari spingendosi ancora un po' più in là. Sarebbe ancora una volta un tentativo futile e destinato alla sconfitta, come mi auguro succeda presto per il caso in questione, ma riporterebbe ancora più indietro l'umanità sulla scala del progresso sociale. Oggi, istituendo l'Indice dei Siti Proibiti, siamo tornati indietro non di quaranta ma di quattrocento anni. A quando il Tribunale della Sacra Inquisizione della Rete?

Saggio pubblicato su InterLex n° 342 del 3 marzo 2006 (Anno X)
Copyright © 2006, Corrado Giustozzi. Tutti i diritti riservati.

Ultima modifica: 31 maggio 2009
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