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I meccanismi di DRM non funzionano e non funzioneranno mai

InterLex n° 319, 12 maggio 2005

La sigla DRM sta per Digital Rights Management, ovvero "gestione dei diritti digitali", ma molti oramai la interpretano come Digital Restrictions Managemet, ossia "gestione delle restrizioni digitali". Già, perché sino ad oggi (ed anche nel prevedibile futuro) tutti i sistemi di DRM proposti dall'industria non hanno fatto altro che una cosa: limitare i possibili utilizzi da parte dell'utente di una risorsa (testo, musica, video, software, ...) coperta da diritti. In modo spesso maldestro e controproducente, oltretutto: così da creare un sacco di fastidi all'utente legittimo o in buona fede, senza tuttavia limitare realmente i fenomeni di copia sistematica da parte dei professionisti del crimine.

Eppure oggi l'industria dell'intrattenimento sta chiedendo ai produttori di sistemi audio-video e ICT meccanismi di DRM sempre più evoluti e pervasivi, convinta che solo attuando una rigorosa prevenzione a tappeto sull'utilizzatore finale si potrà arginare il dilagante fenomeno della copia indiscriminata e dell'abuso di materiali protetti da copyright. Ancora una volta dunque, in buona o più probabilmente in cattiva fede, si travisa la reale natura di un problema spacciando per questione tecnica ciò che non lo è; e si chiede al mondo della tecnica una soluzione operativa ad un problema che invece deve essere affrontato su altri tavoli perché non può essere risolto (solo) con questioni tecniche.

Per di più tutto ciò che si chiede alla tecnica è di limitare la capacità dell'utente di disporre a proprio piacimento della risorsa "protetta", cosa che spesso ne inibisce anche usi assolutamente legittimi e va addirittura in conflitto con alcuni elementari principi di legge. In pratica dunque si è scelto deliberatamente di vessare solo l'anello finale della catena, ossia l'utente fruitore, perché più facilmente identificabile e soprattutto più indifeso; tralasciando invece di agire strutturalmente su tutti gli altri livelli della filiera, dove invece è conveniente mantenere inalterato lo status quo. Per fortuna qualcosa ogni tanto si muove contro questo assunto diabolico. Proprio recentemente, ad esempio, una corte francese si è pronunciata apertamente contro i meccanismi di protezione dalla copia dei DVD, stabilendo che essi contrastano col legittimo diritto dell'acquirente di farsi una copia ad uso personale, anche su supporto differente da quello originale, del prodotto regolarmente acquistato; ed ha anche affermato che la presenza di meccanismi anticopia andrebbe segnalata con grande evidenza sulla confezione dei DVD, così che l'utente possa evitare l'acquisto del prodotto se ritiene sgradita o indesiderata la loro presenza.

Il problema vero, che l'industria dell'intrattenimento non vuole affrontare perché ne scardinerebbe le stesse basi, è che i meccanismi tecnici di DRM non funzionano e non funzioneranno mai. Il problema della salvaguardia dei diritti non è tecnologico ma economico e legale, nel senso che per risolverlo adeguatamente occorre ripensare l'intero modello concettuale del diritto d'autore e della distribuzione delle opere. Ignorare questa realtà è futile, perché prima o poi la situazione esploderà e l'industria dovrà adeguarsi o perire; attaccarsi alla tecnica per impedire sostanzialmente ogni forma di copia "non autorizzata" è un tentativo non solo miope ed antistorico, ma soprattutto destinato al sicuro fallimento.

Naturalmente questo tentativo viene fatto perché in passato ha sempre funzionato... almeno in apparenza ed almeno per qualche tempo. In effetti nei tempi andati era assai più semplice mettere delle barriere fisiche alla "fuga delle idee": tutti i mezzi tecnologici per la propagazione della conoscenza erano costosi, complessi e farraginosi, ossia di scarsa diffusione e fuori della portata del comune cittadino; cosicché risultava facile per le autorità controllarne i pochi e noti utilizzatori. Ma, in passato come oggi, il progresso si è sempre mosso nella direzione della democratizzazione o popolarizzazione delle tecnologie, rendendo sempre più facile ed economico, e quindi alla portata di tutti, ciò che in passato era difficile e costoso e dunque alla portata di pochi. Rimanendo, tanto per fissare le idee, nel dominio della parola stampata, è chiaro che quando i torchi da stampa erano oggetti rari, era facile controllarne la diffusione e in certa misura l'uso; è stato invece sempre più difficile imporre un paragonabile livello di controllo sulle macchine da ciclostile prima e sulle fotocopiatrici poi, ed è pressoché impossibile farlo oggi sulle stampanti laser.

In passato la "protezione dalla copia" era dunque un gradito ma non intenzionale effetto collaterale della complessità tecnologica degli strumenti di memorizzazione e riproduzione. Era ovviamente impossibile per una persona qualsiasi duplicare un disco fonografico a 78 giri dei primi decenni del '900, perché semplicemente la tecnologia per farlo non era disponibile per ovvi motivi di costo. Mezzo secolo dopo la duplicazione di un disco in vinile era ancora impossibile ma il riversamento dei suoi contenuti su un altro supporto era invece diventata alla portata di tutti, grazie alla commercializzazione massiccia da parte di Philips del suo economico registratore portatile K7 basato sul pratico ed innovativo nastro a cassette. Col CD le cose sono andate anche peggio: la duplicazione del supporto è rimasta tecnologicamente fuori della portata dell'uomo comune solo per pochissimi anni, in quanto ben preso l'industria ha cominciato a sfornare masterizzatori sempre più economici e veloci.

Per inciso, uno dei motivi per cui il problema della copia non autorizzata affligge soprattutto i dati digitali è che la copia di dati analogici (ad esempio un nastro VHS) è intrinsecamente più difficile e costosa di quella digitale, richiede più tempo e produce copie di qualità inferiore all'originale. La copia digitale invece è più pratica e veloce, dunque meno costosa, e per di più produce copie identiche all'originale, quindi si presta a produzioni di massa senza scadimento di qualità. D'altronde è proprio per questi motivi che l'industria è passata dall'analogico al digitale!

In passato, inoltre, si potevano esercitare azioni di controllo anche sui supporti, per limitarne l'utilizzo a fini di diffusione illecita di opere protette. Tale controllo poteva avvenire tanto a monte, per prevenire la copia, che a valle di essa, per impedire la diffusione delle copie eventualmente effettuate. Un esempio del primo tipo di restrizione riguardava ad esempio la musica suonata e stampata: limitando adeguatamente la diffusione delle partiture a stampa si tutelava egregiamente la proprietà intellettuale dei brani da essi rappresentati. Forse il caso più noto che riguarda questo tipo di politica protezionista è quello legato al famosissimo Miserere di Gregorio Allegri, un brano a cappella composto nel 1514 su richiesta di papa Urbano VIII per essere cantato nella Cappella Sistina durante le funzioni della settimana santa, ed in particolare nei giorni di mercoledì e venerdì santi. Tale brano era di una tale ineffabile bellezza che, per evitare che venisse copiato o imitato, ne venne formalmente limitata l'esecuzione in pubblico ai soli due eventi solenni per cui era stato commissionato, e venne altresì proibito a chiunque di effettuare copie o trascrizioni della partitura originale pena la scomunica. Questo "meccanismo di tutela dei diritti" funzionò egregiamente per oltre due secoli: benché infatti di tanto in tanto qualche corte europea annunciasse di avere una presunta copia del Miserere, nessuna di esse mostrava realmente quei caratteri di bellezza e complessità del brano originale che veniva eseguito nella Sistina solo due volte l'anno. Ci volle nientemeno che Mozart per... infrangere la protezione e copiare il Miserere. Appena dodicenne, giunto col padre a Roma in periodo pasquale nell'ambito di una delle sue tournee per le corti europee, il giovane Amadeus venne portato ad assistere alla funzione solenne del mercoledì santo ed ebbe così modo di ascoltare estasiato l'antico e tutelatissimo brano dell'Allegri. Nel pomeriggio, tornato in albergo, il fanciullo prodigio trascrisse su carta da musica l'intera partitura che aveva mandato a memoria durante l'ascolto della mattina! Non contento di ciò, fece in modo di tornare ad assistere alla funzione del venerdì santo per poter correggere alcune piccole incertezze che gli erano rimaste dal primo ascolto. Qualche tempo dopo il manoscritto venne ceduto allo storico inglese Charles Burney che, una volta tornato a Londra, lo fece pubblicare a stampa. La Chiesa a questo punto cancellò tutti i vincoli di segretezza e acconsentì a considerare il brano, come diremmo noi oggi, "di dominio pubblico", cosa che ne fece un vero e proprio best-seller religioso per almeno un altro secolo.

Oggi l'arma di chi vuole proteggere la proprietà intellettuale su un brano musicale o un filmato memorizzati in forma digitale non è più la scomunica ma la crittografia. Il concetto che guida coloro che escogitano soluzioni anti-copia è grosso modo sempre lo stesso: il materiale da proteggere viene "marcato" crittograficamente in qualche modo, più o meno nascosto ed intrusivo, così che il dispositivo che verrà chiamato a suonarlo o visualizzarlo potrà accorgersi della limitazione imposta e prendere le opportune contromisure per limitarne gli utilizzi illeciti. Teoricamente tutto fila liscio, ma all'atto pratico sorgono due gravi problemi: da un lato è difficile, per un dispositivo chiamato a riprodurre un brano, capire se quel particolare utilizzo sia lecito o no; dall'altro è difficile impedire ad un utilizzatore legittimo un uso illecito del materiale che ha legittimamente acquistato. L'unica alternativa è dunque proibirgli tutti gli utilizzi al di fuori dei più elementari ed innocui, una scelta draconiana che ovviamente non attira le simpatie di nessuno (e spesso attira anzi poderosi fulmini legali). Questa posizione apre inoltre tutta una serie di problematiche nuove e spinose, che al momento nessuno ha ancora affrontato seriamente. Ad esempio: il mio bel contenuto protetto comprato oggi, fra qualche anno potrebbe diventare legalmente privo da diritti in quanto essi saranno regolarmente scaduti: ma come faranno il disco ed il lettore a saperlo, ed a consentirmi di conseguenza l'uso più ampio e libero del mio prodotto? Mantenere le limitazioni all'utilizzo dopo la scadenza dei diritto diventa ovviamente un vero e proprio illecito perpetrato dall'industria ai danni degli acquirenti, ma la tecnologia attuale non consente di "sproteggere" a tempo materiale protetto.

Tuttavia il vero punto debole concettuale è che se l'utente è legittimo ma non in buona fede, nessun blocco o limitazione potranno impedirgli di utilizzare in modo illecito del materiale ottenuto lecitamente. Inoltre ogni limitazione tecnologia è superabile, basta avere solo abbastanza tempo e soldi ovvero motivazione. E la motivazione, solitamente economica, è quella che favorisce il pirata: se il costo per l'utente finale del prodotto legittimo fosse basso, questi non avrebbe interesse ad andare dal pirata per pagare di meno; e il pirata non avrebbe interessa a fare il pirata se i suoi margini fossero ridottissimi. Imporre misure di protezione per poter continuare a mantenere artificiosamente alti i prezzi dei prodotti è una strategia perdente in partenza.

Inoltre c'è sempre da considerare che la protezione si può aggirare anche costruendo dispositivi di lettura non dotati delle funzioni di enforcement delle limitazioni. Finché esisteranno PC in libera vendita, con sistemi operativi non proprietari ed open source, e con la possibilità per gli utenti di scriversi da sé e scambiarsi i propri software, nessuna protezione logica avrà modo di durare a lungo. L'unica strada che ha l'industria per combattere questa battaglia sarebbe quella di riuscire ad inibire la produzione e la diffusione di dispositivi e computer "indipendenti", imponendo a tutti i mercati mondiali un unico prodotto standard proprietario e "blindato" che possa così effettuare l'enforcement delle limitazioni previste. Uno scenario del genere, per quanto apocalittico possa sembrare, è già stato pensato: si chiama Palladium, e prevede proprio un forte controllo da parte dell'industria sulle piattaforme digitali. Se ciò si realizzasse ci troveremmo in un mondo in cui, a confronto, gli incubi combinati di "1984" e "Fahrenheit 451" sembrerebbero rose e fiori. Per fortuna una prospettiva di questo tipo, nonostante lo strapotere e le attività di lobby dell'industria dell'intrattenimento, sembra irrealizzabile. A parte che molti governi Europei dimostrano più buon senso di quello americano quando si tratta di questioni del genere, va tenuto presente che basterebbe la presenza di un solo programmatore con un solo PC "ribelle" a minare tutta la costruzione di "sicurezza"; quindi, a meno di adottare tecniche di controllo sociale a tappeto come nemmeno la Stasi o il KGB negli anni d'oro hanno mai sognato, la cosa appare francamente irrealizzabile.

Si tratta ora di vedere quanto tempo ci metterà l'industria a capire che il controllo tecnologico sui dispositivi è sbagliato ed antistorico, e a cambiare di conseguenza il proprio atteggiamento. Purtroppo non sembrano esserci molti segnali che inducano all'ottimismo.

Saggio pubblicato su InterLex n° 319 del 12 maggio 2005 (Anno IX)
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Ultima modifica: 31 maggio 2009
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